Google punta alla radio?
Google occupa anche la radio
e studia lo spot personalizzato
Passato sotto silenzio per 48 ore, l'ultimo colpo di Google è stato sottolineato in tutta la sua importanza dagli stessi autori. L'acquisizione della piccola ma supertecnologica società californiana dMarc è mirata a occupare un'altra regione del Risiko di Google: quella della radio. E in particolare nella pubblicità radiofonica.
Dopo aver fatto degli annunci sulle pagine di risultato della ricerca il suo unico punto di forza, ora la società prodigio del Nasdaq muove verso la differenziazione. La migliore strategia possibile per proteggere il suo business dagli urti che potrebbero derivarle dal ciclo economico. E lo fa muovendosi ancora nel terreno della pubblicità, ma attaccando direttamente il territorio di quelli che vengono chiamati i "vecchi media".
Per la verità l'attacco è partito da tempo ed anche su un altro terreno, quello della pubblicità classificata, i piccoli annunci, dove Google ha fatto partire qualche mese fa Google-Base. Ma in quel territorio il momento dei ricavi appare difficile da individuare e troppo in là nel tempo: troppi i concorrenti, anche sul terreno dei nuovi media (uno di questi è la notissima Craiglist, fondata da Craig Newmark). E Google ha fretta, la fretta di chi deve alimentare un boom di borsa senza precedenti con sempre nuove prospettive di guadagno. Quindi la radio.
La radio non è per niente vecchia ed è un mezzo che, con la digitalizzazione, è in pieno tumulto e crescita. A cosa serve la tecnologia di dMarc? Ad un paio di cose importanti. La prima, l'inserzionista che voglia piazzare un annuncio o un commercial radio può scegliersi da solo l'orario in cui il suo messaggio andrà in onda, la sua durata e può perfino "caricare" il messaggio dentro il sistema.
Ma ciò che è più importante potrà selezionare il momento di messa in onda - questa è una ipotesi che viene fatta, non un dato reso pubblico dalla società - sulla base di parole-guida, sul modello delle parole chiave che oggi sono alla base degli annunci sul motore di ricerca. In questo modo l'ascoltatore continuerà a sentire lo stesso comunicato, ma questo sarà in rapporto molto stretto con quanto è stato detto in radio in quel momento. Quindi dMarc garantirà una più forte capacità di contestualizzare il messaggio.
Le conseguenze sul piano commerciale non si faranno attendere. In primo luogo dMarc serve a comprare la pubblicità senza nemmeno rivolgersi all'agenzia e potrebbe estendere quel fenomeno di "disintermediazione" dei soggetti che lavorano nel mondo pubblicitario. Il meccanismo che regola l'acquisto resta quello dell'asta tra i clienti, asta tanto efficace nel vendere quanto poco trasparente nel suo svolgimento per il compratore. Tuttavia, scontata una fase di trasformazione dell'industria dell'advertising, dMarc potrà servire anche all'agenzia stessa e al pianificatore per decidere ed attuare rapidamente il loro "piano media".
Sul piano strategico invece la marcia della società di Page e Brin si fa impressionante. Se si pensa che appena pochi mesi fa, Google ha fatto partire uno dei suoi famosi progetti in fase di collaudo ("in beta") perché sia possibile inserire pubblicità su riviste periodiche e giornali quotidiani, la strategia di conquista del business editoriale appare nella sua elementare potenza: prima internet, poi la radio, quindi la stampa e al più presto possibile la tv.
Secondo molti osservatori Google ci sta già pensando e sta costruendo il meccanismo giusto per integrare la propria tecnologia con quella delle stazioni televisive e costruire così un altro pezzo della sua "macchina pubblicitaria".
Dicono gli obiettori: la pubblicità è un business legato alla persuasione e alle relazioni personali, non è possibile convertirlo facilmente in un sistema automatizzato e basato sull'asta. E poi: la televisione, che è il mezzo dove ci sono i soldi veri, non accetterà di essere "colonizzata" da questi tecnologi e dai loro software. E ancora: ma davvero credete che la pianificazione dei mezzi si possa fare con un collegamento a un sito e una carta di credito?
Con tutto il rispetto, si tratta di sciocchezze. La strategia di Google tende a costruire uno strumento completo, facile e potente che permette di governare tutti i mezzi possibili, in modo da essere funzionale alla costruzione di qualsiasi piano media si voglia. Il meccanismo del feed back, cioè dell'informazione fornita all'investitore sui ritorni degli investimenti, permetterà di rendere ancora più funzionale lo strumento al lavoro dei grandi centri pubblicitari.
Niente di sovversivo ma molto di eversivo. Google non punta certo a destabilizzare il potere economico e politico della pubblicità, ma all'integrazione con questo, a spese dei media (e in un secondo momento dei consumatori). In positivo avrà anche l'effetto di permettere l'accesso al mercato dei "pesci piccoli" dell'investimento, ma non c'è da illudersi: pesci piccoli o squali, con il meccanismo dell'asta vince sempre la "Casa". E poi, non è stata ancora costruita una tecnologia che non possa prendere istruzioni dagli esseri umani. Suvvia...
(fonte: repubblica.it)